brevi racconti che, come pezzi di vetro, filtrano la realtà come capita di vederla attraverso trasparenze sovrapposte.

domenica 11 dicembre 2011

Auguri di Carta







Rivendico il diritto:
di usare le mie mani
di adoperare il mio tempo
di lavorare con il cuore
di giocare con mio figlio
di mettere l'anima in un progetto
di ascoltare la musica in silenzio
o di raccontare una favola
mentre taglio, incollo, disegno.
Il mio augurio è di carta, filo d'argento, colla e inchiostro.
Effimero.
Il tempo di aprirlo e sarà già finito.
A me rimarrà il tuo sorriso mentre lo ricevi.
A te immaginare me che l'ho creato pensandoti, sorridendo.
Buon Natale


martedì 22 novembre 2011

colpo di fulmine


Le mie parole
Samuele Bersani

Le mie parole sono sassi
precisi aguzzi pronti da scagliare
su facce vulnerabili e indifese
sono nuvole sospese
gonfie di sottointesi
che accendono negli occhi infinite attese
sono gocce preziose indimenticate
a lungo spasimate e poi centellinate, sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare
Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato
sono foglie cadute
promesse dovute
che il tempo ti perdoni per averle pronunciate
sono note stonate
sul foglio capitate per sbaglio
tracciate e poi dimenticate
le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire
lo ammetto
strette tra i denti
passate, ricorrenti
inaspettate, sentite o sognate...
Le mie parole son capriole
palle di neve al sole
razzi incandescenti prima di scoppiare
sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare
piccoli divieti a cui disobbedire
sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare
si perdono al buio per poi ritornare
Sono notti interminate, scoppi di risate
facce sopraesposte per il troppo sole
sono questo le parole
dolci o rancorose
piene di rispetto oppure indecorose
Sono mio padre e mia madre
un bacio a testa prima del sonno
un altro prima di partire
le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire...
strette tra i denti
risparmiano i presenti
immaginate, sentite o sognate
spade, fendenti
al buio sospirate, perdonate
da un palmo soffiate

martedì 1 novembre 2011

Chi tira i fili?

Improvvisamente si azzittirono, tutti insieme. Era entrata. La pesante porta di ferro aveva ringhiato via la ruggine, dopo tutto quel silenzio. Rimasero col fiato sospeso, mentre i passi incerti raggiungevano il contatore della luce sulle scale. Il fruscio di rami e foglie che ondeggiava nelle vetrate scomparve, diventò tutto nero, fuori, mentre la casa diventava una grande lanterna nel bosco.
Si guardarono, quelli che dividevano la stanza, chi con uno sguardo deciso, chi con la coda dell’occhio, tutti complici di un silenzio. Chi era stato colto di sorpresa in una stanza lontana e, per di più chiusa, dovette smettere di comunicare a voce alta. Chi era momentaneamente in una posizione sconveniente, dovette rimanere immobile e aderire al patto secolare con gli altri per non farsi scoprire.
Tutti, nessuno escluso, sentirono il TAC della levetta del contatore. Tutti percepirono la luce giù all’ingresso e su per le scale. La corrente fece ronzare il frigo e anche lo scaldabagno cominciò a funzionare. Era arrivata, era lei, lo sapevano. L’aveva detto a voce alta, l’altra volta, che sarebbe ritornata, che non aveva finito. I passi erano quelli e, dopo anni di assenza ingiustificata, ora che un po’ c’era rimasta lì con loro, era di nuovo di famiglia e la riconoscevano.
Avevano preparato un trabocchetto facile facile, per evitare che la sua promessa si allungasse troppo nel tempo e, non ci potevano credere: aveva funzionato. Una smorfia di sorriso trattenuto, piegò l’angolo della bocca della signora severa coi capelli grigi, e anche il sopracciglio di suo marito si alzò, mentre un baffetto nero e malizioso faceva un rapido movimento.
Una persiana vecchia e malandata si era aperta da sola, qualche giorno fa, l’aveva vista uno sguardo attento, che aveva prontamente chiamato chi di dovere affinché venisse a chiuderla prima del cambio di stagione..e già, la diffidenza rendeva le cose un po’ complicate. Più cornette si alzarono e si abbassarono, mentre il messaggio correva lungo i fili fino al destinatario prescelto. Fantastico, muovere ancora i fili di quella che era la LORO famiglia, la LORO casa era proprio un gioco da ragazzi, di questi tempi, e loro si divertivano a vestire i panni irriverenti e leggeri dell’adolescenza. Gli scherzi telefonici, erano forse questi? Ne avevano sentito parlare, ma chi lo aveva usato mai, il telefono, per fare scherzi?
“Buona sera, sono tornata! Vi sono mancata?”
La voce era stata decisa, forte e chiara. La domanda impertinente, dichiarava una confidenza che non si spiegarono, lì su due .. piedi. Si rivolgeva a loro, era chiaro. Li aveva scoperti? Come era possibile, erano stati attenti. Cominciò a serpeggiare la diffidenza: chi di loro si era fatto cogliere con le mani nel sacco? Prima che lei girasse l’angolo, la Signora fulminò suo marito, che palesò un “non sono stato io” con gli occhi e subito si girò verso la figlia. Lei, con la sua posizione plastica da sirena, li guardò entrambi, il padre direttamente, la madre con la coda dell’occhio destro (a fatica, dalla posizione che avevano entrambe) e con una dolcezza che era rimasta incollata alla sua espressione da una vita o forse più, li convinse della fedeltà ai patti, sua e del suo sposo che la attendeva da troppo tempo nella loro alcova nuziale, solo.
L’ospite, inattesa così presto, salì gli ultimi gradini della scala marmorea e accese la luce nel corridoio. Posò velocemente i bagagli sulla cassapanca, per catturare un lucido scorpione, la cui sagoma netta si stagliava sull’intonaco bianco. Era lì, fermo, poco più a destra della lesione nel muro, poco più in giù della finestra che si apriva sul buio. Ci pensò su e decise di aprire la finestra e restituire al bosco quel clandestino, prima che potesse muovere la coda e farle cambiare idea. Mentre richiudeva il bosco fuori con la sua aria profumata, piena di grilli e stelle, un cane, lontano nella notte, abbaiò.
Li andò a salutare tutti, uno ad uno: il ritratto della bisnonna Maria, quello piccolo del bisnonno Tullio, la tela che campeggiava nella sala della torre, con nonna Amalia in posa su una roccia tra fichi d’india e mare blu. Il suo sorriso e quello sguardo nocciola, scuro e lucido le ricordavano qualcosa. Qualcosa o qualcuno che conosceva bene, con cui divideva le sue giornate da sempre.
Arrivò fino nella camera in fondo, aprì la porta con un certo timore, accendendo l’interruttore della luce. Raggiunse il cassettone e salutò con riverenza nonno Riccardo, cercando i suoi occhi chiari di giovane e prestante uomo d’altri tempi, ma lui sembrava non vederla, dalla sua fotografia artistica in bianco e nero. Il suo sguardo la attraversava in un punto imprecisato tra collo, spalla e petto e lei si chiese se ci si sentisse così, ad essere un fantasma.